Alluvione basso Magra: vere e false soluzioni

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Nell’accettare l’invito a parlare con voi, ho chiesto agli organizzatori di procurarmi incontri e sopralluoghi con alluvionati di varie componenti sociali. Ringrazio perciò Ugo Casella, Pietro Podestà e Gianni Torri che mi hanno guidato ad un sopralluogo in barca e fornito preziose informazioni; così come ringrazio Nicola Giangarè, Roberto Mazza, Fabrizio Pellistri, Giampiero Pesci, Pier Vittorio Gatti ed altri residenti di cui ho dimenticato il nome. Naturalmente resto l’unico responsabile delle convinzioni alle quali sono giunto, ma devo riconoscere che senza i colloqui con tutti voi la mia relazione sarebbe più fragile anche dal punto di vista tecnico.

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Inizierò con una riflessione sulla tropicalizzazione del clima e  con la ricostruzione storica dei recenti insediamenti nelle aree inondabili.  Poi, proprio per il rispetto dovuto a gente così duramente colpita ed esasperata dal fango, che merita di non essere più presa in giro, polemizzerò con le richieste espresse dai vostri comitati: argomenterò cioè come i dragaggi e le pulizie fluviali siano inutili e dannosi, un falso obiettivo che vi allontana dalla soluzione dei problemi.  Nella parte conclusiva esamineremo le possibili soluzioni volte ad evitare davvero nuove alluvioni o, almeno, a ridurne grandemente la frequenza e i danni, evidenziando però un problema centrale: ogni alternativa comporta vantaggi per un gruppo sociale e svantaggi che ricadono su altri gruppi sociali. Per questo motivo la scelta non può essere delegata a soli tecnici. Premetto subito dunque, per non creare false aspettative, che non è possibile indicarvi “la soluzione”, ma solo un percorso per raggiungerla da soli: un processo decisionale partecipativo.

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Iniziamo dunque con un inciso sugli eventi atmosferici che è lecito attendersi in futuro.

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Questa elaborazione della pioggia caduta il 25 ottobre in un’ora mostra una stretta fascia nera in cui diluvia, mentre a breve distanza piove poco o nulla. Evoca perciò l’immagine di un uragano  che si carica di acqua nel mar Ligure e procede verso N-E investendo con una “bomba d’acqua” le 5 Terre, Brugnato e Pontremoli. In effetti sembra che, a seguito dei cambiamenti climatici, fenomeni tipo uragano possano oggi verificarsi anche nel Mediterraneo, superata una determinata soglia di temperatura delle acque marine.

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Per meglio comprenderne la dinamica, vediamo come è andata, mettendoci di immaginario solo le precipitazioni sotto forma di uragano.  Si è perciò verificata una piena sul Vara e, per fortuna con quasi un’ora di ritardo, una piena sul Magra (di ben maggiore intensità).  Notiamo che ad Aulla sono transitati 3.800 m3/s, saliti di soli 500 m3/s appena più a valle (a Calamazza) poiché, per fortuna, l’Aulella non era in piena; altrimenti a Calamazza (e, poi, alla foce) la piena sarebbe stata ben più intensa.  Una seconda fortuna è stata la sfasatura tra piena del Vara e del Magra; ciò ha fatto sì che i 4.300 m3/s di Calamazza, ricevendo solo la coda della piena del Vara, siano saliti a “soli” 5.100 m3/s; una portata enorme rispetto alla capacità di smaltimento dell’alveo (2.500 m3/s), ma se le due piene fossero arrivate contemporaneamente alla confluenza Vara-Magra, il disastro alla foce sarebbe stato ben maggiore!

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Vediamo ora come potrebbe andare se  l’uragano dovesse seguire un altro percorso, interessando anche il Taverone e l’Aulella. In questa condizione, ben più sfortunata, le piene del Magra, Taverone e Aulella potrebbero congiungersi contemporaneamente ad Aulla provocando un disastro tale da far impallidire quello del 25 ottobre.  Se poi anche la piena del Vara dovesse sommarsi a quella del Magra, alla foce si avrebbe un vero finimondo. A peggiorare questo scenario apocalittico va considerato che, se la tropicalizzazione del clima e fenomeni tipo uragano conseguenti al riscaldamento del Mediterraneo ipotizzati da alcuni climatologi fossero confermati, eventi estremi di precipitazioni non avrebbero più tempi di ritorno secolari, ma potrebbero ripetersi a distanza di pochi anni. Questo scenario non ha finalità allarmistiche, ma il solo scopo di renderci consapevoli che non possiamo escludere una frequenza di eventi estremi ben maggiore di quella prevedibile dalle serie statistiche delle alluvioni passate; perfino le portate di piena previste dal piano di bacino, allora fortemente criticate perché ritenute esagerate, potrebbero rivelarsi sottostimate.

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Ciò premesso, per capire se la colpa è davvero del fiume che accumula sedimenti, oppure nostra, dobbiamo guardare in faccia la realtà. Andiamo dunque a vedere dove e quando abbiamo costruito i nostri abitati.

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Abbiamo visto che il Magra può smaltire 2.500 m3/s, mentre la piena del 25 ottobre è stimabile in 5.000 m3/s; ma la duecentennale prevista dal PAI è 7.000 m3/s e, se fosse confermata la tropicalizzazione del clima, dovremmo aspettarci portate ancora maggiori.  Basterebbero questi dati per capire che costruire nelle aree adiacenti al Magra significa andarsi a ficcare nei guai. Eppure è proprio quello che abbiamo fatto! Siccome abbiamo la memoria corta, andiamo a rinfrescarla.

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Alla fine dell’800  in tutta la piana c’era solo qualche casa agricola sparsa, così poche che ciascuna era cartografata col suo nome (Ca’ del sale, Casa Benedetti, Casa Fabbricotti, Il Casone, Casette di Menina …).  Oltre all’Aurelia c’erano due soli tratti di strade asfaltate,  poi strade sterrate (non sempre praticabili)  e strade campestri. Fiumaretta non esisteva e così pure Bocca di Magra ( c’era solo una mulattiera che andava al castello); ad Ameglia c’era solo il centro storico, in collina. Perfino le attività agricole  si tenevano a debita distanza dalle spiagge delle rive del Magra.

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All’inizio del ’900 la situazione è simile:  spiagge fluviali, zone umide e case sparse; Fiumaretta e Bocca di Magra non sono ancora nate.  Migliora un po’ la viabilità (soprattutto nella zona della futura Marinella) e compare un sentiero che raggiunge la futura Bocca di Magra.

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Nel 1928, situazione analoga. Ho trovato solo questa carta, con risoluzione pessima, ma sufficiente per constatare che  Fiumaretta e Bocca di Magra non esistono ancora.

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Nel 1938 compare il nucleo di Bocca di Magra e a Fiumaretta sono sorte una fila di case lungo la provinciale e qualche casa tra questa e il fiume.

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Per gli anni ’40 non ho trovato carte; ricorro perciò a foto gentilmente fornitemi dalla dott.ssa Polverini.  La sponda di Fiumaretta era disabitata ( per confronto, in alto c’è la situazione attuale). Si vedono le  poche case sulla provinciale ed altre sparse nella piana, ben distanti dal fiume. A Bocca di Magra c’è qualche casa  piuttosto vicina al fiume, ma ad una quota più alta.

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Questa foto degli anni ’50, ripresa dal cimitero di Montemarcello, mostra come anche la piana del Senato e di Ameglia fossero ancora praticamente disabitate.

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Nel 1960 Fiumaretta e Bocca di Magra sono diventati due splendidi borghi da cartolina, con un’urbanizzazione ancora contenuta.

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E arriviamo infine  alla situazione attuale, nella quale ogni spazio è stato costruito.

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Non ho avuto tempo per ricostruire la storia delle alluvioni del Magra. Ho provato perciò a farne una stima presuntiva sulla sola base  della massima annua delle portate medie giornaliere del Magra a Calamazza e del Vara a Naseto: ne risulterebbero piene negli anni 1940, nel 54, 59, 68 e 75 (poi mancano dati pubblicati). Mancando le portate di picco, la stima è molto grossolana (sfugge ad es. la max piena registrata,  quella del 1960), ma ci dà comunque l’idea di una storia alluvionale non proprio tranquilla. Eppure delle alluvioni del secolo scorso abbiamo solo una pallida memoria: le ricordano solo i pochi residenti colpiti personalmente (come il sig. Casella, portato in salvo nel 1940 su una brucella accostatasi alla sua finestra). La spiegazione non sta solo nel recente intensificarsi delle piene, ma anche nel fatto che nella prima metà del secolo scorso, essendo l’area praticamente disabitata, i danni erano molto limitati: perdevi il raccolto o poco più.  Delle ultime alluvioni abbiamo perciò un ricordo ben più disastroso, non solo perché recentissime, ma soprattutto perché l’intensa urbanizzazione ha fatto salire i danni alle stelle.

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In conclusione, a causa delle frequenti inondazioni, nel corso dei secoli l’uomo si è sempre tenuto a debita distanza dal Magra, limitandosi all’uso agricolo dei terreni. Solo nella seconda metà del secolo scorso, dopo aver ristretto e fissato con i pennelli Biondi-Canini e altre opere idrauliche l’alveo del Magra, è iniziata l’urbanizzazione, con un vero e proprio all’assalto alle aree inondabili negli ultimi 30-40 anni. Tutte le case  in quest’area turchese (Bocca di Magra, piana di Ameglia) sono state costruite addirittura dove un secolo fa scorreva l’alveo del Magra ( poi costretto in uno spazio più angusto). Carta tratta da: Studio geomorfologico dei principali alvei fluviali nel bacino del fiume Magra finalizzato alla definizione di linee guida di gestione dei sedimenti e della fascia di mobilità funzionale. Relazione finale, settembre 2005. Committente: AdB Magra; Resp. del Progetto di Ricerca: Prof. Massimo Rinaldi (Dip. Ing. Civ., Univ. Firenze).

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Quanto abbiamo visto per il tratto di foce vale per tutto il Magra. Partiamo da Vezzano-S. Stefano:  un secolo fa l’alveo era larghissimo;  poi è stato drasticamente ristretto. Ma quando il fiume è in piena si riprende tutto il suo spazio e inonda ulteriori aree;  non desta quindi alcuno stupore che questi capannoni siano stati inondati. Carta tratta da: Studio geomorfologico dei principali alvei fluviali nel bacino del fiume Magra finalizzato alla definizione di linee guida di gestione dei sedimenti e della fascia di mobilità funzionale. Relazione finale, settembre 2005. Committente: AdB Magra; Resp. del Progetto di Ricerca: Prof. Massimo Rinaldi (Dip. Ing. Civ., Univ. Firenze).

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Scendendo, anche a Ponzano e Arcola l’alveo attivo, prima larghissimo, è stato drasticamente ristretto. Carta tratta da: Studio geomorfologico dei principali alvei fluviali nel bacino del fiume Magra finalizzato alla definizione di linee guida di gestione dei sedimenti e della fascia di mobilità funzionale. Relazione finale, settembre 2005. Committente: AdB Magra; Resp. del Progetto di Ricerca: Prof. Massimo Rinaldi (Dip. Ing. Civ., Univ. Firenze).

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Lo stesso è avvenuto a Romito, a Sarzana, al Senato… Carta tratta da: Studio geomorfologico dei principali alvei fluviali nel bacino del fiume Magra finalizzato alla definizione di linee guida di gestione dei sedimenti e della fascia di mobilità funzionale. Relazione finale, settembre 2005. Committente: AdB Magra; Resp. del Progetto di Ricerca: Prof. Massimo Rinaldi (Dip. Ing. Civ., Univ. Firenze).

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… e a Camisano e nella piana di Ameglia. Carta tratta da: Studio geomorfologico dei principali alvei fluviali nel bacino del fiume Magra finalizzato alla definizione di linee guida di gestione dei sedimenti e della fascia di mobilità funzionale. Relazione finale, settembre 2005. Committente: AdB Magra; Resp. del Progetto di Ricerca: Prof. Massimo Rinaldi (Dip. Ing. Civ., Univ. Firenze).

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E stessa cosa ad Aulla:  guardate quanti edifici si sono insediati in quello che era l’alveo di un secolo fa!  In conclusione, anziché inventarci ipotesi fantasiose (che le inondazioni sono colpa della mancata pulizia del fiume e di accumuli di sedimenti) dobbiamo riconoscere la nostra imprudenza. Vedremo poi cosa possiamo fare per difenderci, ma intanto bisogna prendere atto della realtà: queste aree sono sempre state disabitate proprio per le frequenti alluvioni e per le divagazioni del Magra; siamo stati noi, con l’arroganza della tecnologia, ad andarci a ficcare nei guai. Carta tratta da: Studio geomorfologico dei principali alvei fluviali nel bacino del fiume Magra finalizzato alla definizione di linee guida di gestione dei sedimenti e della fascia di mobilità funzionale. Relazione finale, settembre 2005. Committente: AdB Magra; Resp. del Progetto di Ricerca: Prof. Massimo Rinaldi (Dip. Ing. Civ., Univ. Firenze).

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Quanto detto finora sull’intensità delle piene che dobbiamo attenderci e sull’imprudente urbanizzazione delle aree inondabili dovrebbe già farci capire che per attribuire la colpa alla vegetazione fluviale e a presunti accumuli di sedimenti ci vuole una buona dose di strabismo. Ma vediamo in dettaglio, partendo della vegetazione in alveo, quanto le soluzioni invocate siano inconsistenti ed illusorie.

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La distesa di tronchi che invadono il litorale dopo ogni piena induce molti ad attribuire le responsabilità dell’alluvione alla vegetazione in alveo e a chiedere le “pulizie fluviali”. In realtà, già un po’ di buonsenso dovrebbe indurci a concludere che gli alberi possono ostruire l’alveo (o, più spesso, la luce dei ponti) solo quando la loro dimensione si avvicina a quella dell’alveo (dunque nei piccoli torrenti) o a quella della luce dei ponti (dunque solo se vi sono ponti a luce stretta). Nel medio-basso corso del Magra e del Vara, perciò, l’alluvione non può essere attribuita alla vegetazione in alveo. In ogni caso, prima di parlare a vanvera è bene andare a vedere con i propri occhi.

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Questo, ad es., è il Vara visto dal ponte di Ceparana, dopo la piena: una distesa di alberi abbattuti, ma ognuno ancora al proprio posto, con la ceppaia ancora parzialmente radicata. L’unico segno di albero divelto che sono riuscito a trovare è questo buco (indicato dalla freccia). È un altro indizio che depone per una diversa provenienza dei tronchi spiaggiati. Per averne la controprova, dovremmo rimuovere tutta la vegetazione in alveo (compresi gli affluenti), aspettare la prossima piena e vedere “l’effetto che fa”: dovremmo attenderci finalmente una piena di sola acqua, senza alberi trasportati. L’esperimento sarebbe un po’ costoso, ma ne abbiamo già uno gratis: quello dell’alluvione di Carrara, nel 2003.

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I detriti di marmo che invadono la strada e la loro dimensione (si confronti con i due uomini) danno l’idea della violenza l’alluvione.  Tutti i ponti di Carrara sono stati ostruiti da tronchi e ramaglie e anche allora si gridò alle mancate pulizie fluviali. Peccato, però, che solo 4 anni prima l’intero alveo, dalla sorgente alla foce, fosse stato completamente devegetato e scavato (lo scopo, infatti, era la rimozione dei depositi di marmettola). La vegetazione in alveo poteva dunque avere al massimo 3 anni (non certo grossi tronchi). In quel caso pertanto i cumuli di tronchi non potevano provenire dall’alveo!  Provenivano, invece, dai boschi e dalle oltre 500 frane. Frane che, va ricordato, sono sempre associate alle piene eccezionali. Anche in Val di Magra, dunque, gli alberi che hanno invaso il litorale provenivano dai boschi e dalle frane.

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Merita osservare che di fronte agli alberi provenienti dai versanti le pulizie fluviali sono del tutto impotenti e forse addirittura controproducenti poiché rimuovono elementi che  intercettano e trattengono parte dei tronchi provenienti dai versanti e trascinati dalle piene. In conclusione, salvo situazioni particolari, l’unico intervento ragionevole di manutenzione in alveo è la rimozione mirata di singoli alberi morti o pericolanti di grandi dimensioni.

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Nei piccoli torrenti che attraversano centri abitati, invece, è spesso necessario il controllo della vegetazione, il più delle volte perché, in maniera irresponsabile, abbiamo costruito ponti con luce insufficiente. Prendiamo l’esempio di Borghetto Vara, devastato dall’alluvione. A suo tempo qualcuno ebbe la geniale idea di costruire sul T. Pogliaschina due ponti ravvicinati e di coprire lo spazio interposto (il triangolino) per realizzare una piazzetta.

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Ma vediamo come è stata realizzata la piazza: già il primo ponte restringe la sezione a meno della metà, rendendola suscettibile all’ostruzione da parte dei tronchi.  Non sarebbe stato meglio un’arcata bella alta, poggiata sulla sommità degli argini, anziché infognata in pieno alveo?  Non contenti, è stato inserito un fitto impianto di piloni per sostenere la piazza, realizzando così una infallibile “trappola per tronchi”! Il 25 ottobre, naturalmente, la trappola ha funzionato perfettamente facendo esondare il Pogliaschina (che era già esondato al ponte precedente): il risultato sono 4 vittime. In queste condizioni certamente gli alberi in alveo sono incompatibili con la sicurezza idraulica. Ma, ancor prima, è il ponte incompatibile con il buonsenso!

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Pur senza raggiungere questi livelli di genialità, anche con altri ponti sui piccoli torrenti non si scherza. Questo sul Calcandola è un esempio di una situazione diffusissima in tutta Italia. Anche un bambino capisce che la luce del ponte è troppo bassa ed è a rischio di ostruzione da parte di alberi. Ma non si poteva fare altrimenti? Andiamo a vedere il lato di valle del ponte.

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Da valle si vede che oltre la metà della luce del ponte è occupata da una piattaforma in cemento, nella quale è fondato il pilone. Non sarebbe stato più prudente costruire il ponte a campata unica (senza pilone in alveo) o, almeno, approfondire le fondamenta delle spalle e del pilone, evitando così la piattaforma?

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Ciliegina sulla torta, il traliccio passacavi recentemente realizzato aumenta l’efficienza della trappola per tronchi. Potete però scommettere che, in caso di ostruzione, la sentenza sarà unanime: la colpa è della vegetazione che si ostina a crescere in alveo o, come variante, degli ambientalisti che difendono piante, fiori e uccellini!

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E veniamo all’alibi dei sovralluvionamenti. Non stupisce che per i sindaci che hanno promosso l’urbanizzazione delle aree inondabili sia più comodo attribuire l’alluvione a presunti accumuli di sedimenti e chiedere scavi e dragaggi, anziché fare autocritica e assumersi responsabilità. Stupisce, invece, che i vostri comitati abbiano abboccato all’amo.

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L’appello dei sindaci sembra un comizio di Cetto La Qualunque. Scavando gli alvei garantiamo sicurezza e occupazione, e il tutto a costo zero; anzi, con introiti economici. Insomma: Più ghiaia per tutti! Purtroppo c’è poco da ridere: in questa slide l’unico scherzo  è l’immagine di Cetto La Qualunque; il resto è la vera iniziativa di presentazione di una delibera della Regione Piemonte che dà il via libera allo scavo degli alvei! Dunque i nostri sindaci sono in buona compagnia. Ma andiamo a vedere se davvero gli alvei sono colmi di sedimenti.

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Gli studi dell’università di Firenze e i rilievi periodici dell’Istituto Geografico Militare ci dicono che in tutto il reticolo idrografico del Magra non c’è nemmeno un tratto in cui il letto sia più alto di quanto fosse un secolo fa: si va dai pochi tratti stabili ai molti con incisione ben superiore a 4 m.  Questo grafico, ad es., mostra l’abbassamento del fondo dal 1914 al 1971: si va dai 4 m a monte della confluenza col Vara ai 6 m tra la confluenza e Sarzana, fino ad approfondimenti di 14 m negli ultimi 6 km!  L’unica attenuante a chi grida agli accumuli di sedimenti è il fatto che negli ultimi 15 anni in buona parte dei fiumi c’è una tendenza alla sedimentazione, tendenza perfettamente prevedibile poiché si tratta del tentativo del fiume di recuperare il deficit solido conseguente alle escavazioni del passato. In pratica, il fiume, essendo inciso, recupera sedimenti erodendoli dalle sponde e facendo franare i versanti. Ma, va ripetuto, nonostante questo parziale recupero, in nessun tratto l’alveo è più alto di un secolo fa. In conclusione, checché se ne dica, il Magra non è sovralluvionato ma, al contrario, è inciso.

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Questo grafico ci mostra come da oltre un secolo il fondo del tratto medio-alto del Magra e del Vara sia andato incontro ad un lento ma progressivo abbassamento (di circa 1 m), conseguente alla forestazione e alla costruzione di dighe (che trattengono sedimenti, inducendo l’erosione dei tratti a valle di esse).  Con le escavazioni degli anni ’50 l’abbassamento del fondo si è bruscamente accentuato. I dati degli ultimi 15 anni ci dicono che in alcuni tratti (come questo in rosso) l’incisione si è fermata, mentre  in altri (come questo in verde) si registra una tendenza alla sedimentazione che, tra qualche decennio, dovrebbe portare a recuperare il livello della tendenza secolare (cioè una quota circa 1 m inferiore a quella di un secolo fa).  Nel basso corso del Magra e del Vara, invece, l’abbassamento conseguente alle escavazioni è stato molto più accentuato e vi sono tratti in cui il fondo tende a stabilizzarsi (senza alcuna tendenza al recupero) ed altri  con tendenza recente alla sedimentazione, ma che non riusciranno a recuperare la quota della tendenza secolare, a causa dell’eccessivo volume di sedimenti sottratto al sistema con le escavazioni. Perciò quello che da molti è interpretato come sovralluvionamento non è altro che la tendenza recente a recuperare (solo in parte) l’incisione degli anni precedenti.

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Una conferma indiretta dell’abbassamento del letto dei fiumi è l’erosione del litorale (conseguenza proprio del ridotto apporto di sedimenti dal fiume). Erosione che in poco più di un secolo si è mangiata 650 metri di spiaggia (in media due metri l’anno).

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Proprio per accelerare il recupero del deficit solido, lo studio dell’università di Firenze forniva indicazioni utili per reinnalzare gli alvei. Individuava perciò le aree di potenziali apporti solidi dalle frane connesse ai corsi d’acqua …

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… suggeriva misure conservative per mantenere almeno gli attuali apporti solidi agli alvei…

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… e misure migliorative per incrementarli. Dunque per l’università l’obiettivo è innalzare gli alvei, altro che scavarli!

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Ma i sindaci credono che i fiumi debbano essere piatti: ogni forma di deposito –raschi, barre ciottolose, isole fluviali (tipiche di ogni alveo, anche di quelli incisi)– sarebbe una pericolosa anomalia da rimuovere. Hai voglia di spiegare loro che i nostri fiumi non sono sovralluvionati, ma incisi:  farebbero scendere le ruspe anche nel Gran Canyon del Colorado; poco importa se è profondo oltre 1 km! C’è da chiedersi se la loro ignoranza sia reale o interessata.

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Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Vediamo allora cosa accadrebbe se scavassimo gli alvei. Questo ad es. è il Magra a Vezzano dove da oltre 20 anni i sindaci chiedono di rimuovere gli accumuli di sedimenti che formano “pericolose” isole che ostacolerebbero il deflusso. Basterebbe un’occhiata alla scarpata  sull’altra sponda per capire che l’alveo è inciso; la carta delle variazioni altimetriche ci dice poi che è oltre 4 m più profondo di un secolo fa. Ma cosa accadrebbe se rimuovessimo le isole e scavassimo l’alveo?  Tenendo conto che il fiume è un nastro trasportatore di sedimenti, succederebbe semplicemente che il tratto scavato funzionerebbe come una vasca di sedimentazione, nella quale si depositerebbero i ciottoli trasportati da monte. La protezione locale dall’esondazione sarebbe dunque di breve durata; per mantenerla bisognerebbe ripetere periodicamente lo scavo.

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Nel tratto terminale, poi, non si avrebbe nemmeno questa protezione temporanea. Infatti, come mostrato dal prof. Seminara dell’univ. di Genova: 1)  il fondo tende a raggiungere il proprio profilo d’equilibrio e a ripristinarlo a seguito di dragaggi; 2) al suo passaggio, la piena si scava da sola il fondo, indipendentemente dal fatto che siano stati effettuati dragaggi o no.  In conclusione, i dragaggi sarebbero solo soldi buttati al vento. Potrei liquidare così sommariamente le richieste di scavi e dragaggi. Tuttavia, poiché sono un punto centrale delle vostre rivendicazioni, mi corre l’obbligo di argomentarne l’inutilità fornendo qualche altro dettaglio.

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Vediamo allora lo studio del prof. Seminara dell’univ. di Genova che, su incarico della Regione Liguria, doveva rispondere a questi quesiti: se i dragaggi nel tratto focivo del Magra possono migliorare la capacità di smaltimento delle piene; se il fondo dragato sarebbe stabile, cioè capace di auto-mantenersi; se la stabilità potrebbe ottenersi mediante altri interventi di sistemazione. Qui vediamo un primo risultato.  Questi sono il livello del fondo e quello raggiunto dalla piena nel dic. 2009.  E questi gli analoghi livelli che avremmo avuto se nel 2003 il progetto di dragaggio fosse stato interamente effettuato e se il fondo dragato fosse rimasto stabile (senza erosioni né depositi):  il vantaggio sui livelli della piena del dic. 2009 sarebbe stato al massimo di 45 cm (subito a valle del ponte della Colombiera), vantaggio che sarebbe sceso a circa 20 cm presso il T. Bettigna e a soli 5-10 cm nel tratto più importante (quello adiacente all’abitato di Fiumaretta). Chiunque capisce che, di fronte agli scenari apocalittici che abbiamo descritto nella prima parte, un vantaggio di 5-10 cm sarebbe del tutto irrilevante.

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Resta però da verificare se il dragaggio non sarebbe vanificato dal deposito di sedimenti provenienti da monte.  Già le foto e le carte storiche ci dicono che la configurazione di equilibrio del tratto focivo non è profonda, ma è quella con la barra di foce (il cosiddetto isolotto che tutti voi conoscete;  proprio per la sua costante presenza, la foce si chiama “Bocche di Magra”, non “Bocca”). Qui lo vediamo nel 1907,  negli anni ’30, ’40, ’50 e, nonostante i dragaggi, è presente ancor oggi, sebbene sommerso.  Ma anche risalendo indietro nei secoli, lo ritroviamo sempre. Questi dati ci dicono che, per quanto possiamo dragare, l’isolotto tenderà a riformarsi: l’allargamento del Magra nel tratto focivo comporta infatti un rallentamento della velocità (accentuato dalla penetrazione del mare) e, dunque una sedimentazione.

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Ma c’è di più. Le simulazioni in stato stazionario (cioè per portate fisse nel tempo) ci dicono che  il profilo di fondo del 2003 (dunque prima dei dragaggi: circa 400.000 m3 tra il 2004 e il 2009)  è vicino allo stato di equilibrio (corrispondente ad una portata di circa 500 m3/s),  mentre portate di piena di 1000, 2000 e 3000 m3/s, se mantenute nel tempo, scavano il fondo (di qualche metro) fino a raggiungere un proprio nuovo assetto di equilibrio. Questa è l’immagine statica di ciò che avviene effettivamente (ma in modo dinamico) nel corso della piena: al crescere della piena il fondo viene scavato finché, passato il colmo, si verifica una prima sedimentazione rilevante che prosegue poi più lentamente nei mesi successivi fino a ripristinare lo stato di equilibrio iniziale.  In altre parole, è la piena stessa che effettua il dragaggio del fondo, col triplice vantaggio di farlo al momento del bisogno (cioè al passaggio della piena), commisurato alla sua entità e gratis!  In effetti, passando dalle simulazioni idrauliche ai rilievi, vediamo che, nonostante i dragaggi e le piene intercorsi, il fondo del 2008 e 2010 è molto vicino alla configurazione di equilibrio del 2003. Lo studio conclude che: 1) le modifiche del fondo indotte dai dragaggi e dalle piene sono solo temporanee e 2) il profilo del fondo del tratto focivo  non è sovralluvionato ma, al contrario, è un profilo di equilibrio che si mantiene abbastanza stabile negli anni. Per mantenere il fondo più basso bisognerebbe effettuare un dragaggio continuo, ottenendo peraltro il misero risultato di abbassare il livello di piena a Fiumaretta di 5-10 cm. Possiamo certamente impiegare meglio i nostri soldi.

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All’ultimo quesito (se la stabilità del fondo potrebbe ottenersi mediante interventi diversi dal dragaggio) l’università di Genova risponde di sì: potrebbe ottenersi sistemando il tratto terminale con due pennelli longitudinali,  interamente sommersi, che concentrino le basse portate (quelle che modellano il fondo determinandone l’assetto di equilibrio) entro un alveo largo 200 metri.  La vista in sezione mostra come le portate concentrate in questo canale centrale  scaverebbero il fondo fino al nuovo profilo di equilibrio, senza alcuna necessità di dragaggi.  La verifica idraulica mostra il fondo attuale, quello modificato  dal restringimento (circa un metro più basso) e  i livelli di piena che, in entrambe le situazioni, sono praticamente identici.

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Per verificare il comportamento nel tempo di questa sistemazione (col Magra ristretto dai pennelli) è stata condotta una simulazione con tutte le portate quotidiane dal 2003 all’inizio del 2011.  Questo è il fondo reale del Magra nel 2003 (senza restringimento)…  e questo è il fondo dopo 8 anni.  Con la sistemazione che restringe il Magra avremmo questo fondo iniziale…  e questo finale. Come si vede, il fondo non solo si mantiene, ma si approfondisce ulteriormente (per il transito delle piene, poi recupererà quota, almeno in parte).  Per quanto riguarda i massimi livelli raggiunti dalle piene nell’intero periodo non cambia quasi nulla: col Magra ristretto si avrebbe un leggero vantaggio (sia pur trascurabile) a monte della Colombiera.  I vantaggi di questa sistemazione sarebbero: favorire la navigabilità, mantenimento della profondità e del ripascimento del litorale (senza necessità di dragaggi) e protezione delle sponde dal moto ondoso.

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Merita citare testualmente le conclusioni dello studio: «Desideriamo sottolineare, infine, esplicitamente che avallare la tesi che con periodici dragaggi, costosi e sostanzialmente inutili, si ottenga un significativo beneficio per la difesa dalle esondazioni del tratto terminale del Magra, significherebbe illudere la popolazione.  Onestà intellettuale esige che si distingua fra due scopi, entrambi importanti, ma del tutto indipendenti: 1. la difesa dalle esondazioni, ottenibile attraverso le previsioni del Piano per le aree esterne ai costruendi argini, trarrebbe notevole vantaggio dalla realizzazione di uno scolmatore, che estenderebbe i suoi favorevoli effetti anche agli insediamenti interni ai costruendi rilevati; 2. il mantenimento della navigabilità del tratto di Magra in esame si può ottenere, mantenendo la continuità del trasporto solido atta a non alterare l’attuale equilibrio dei litorali, attraverso la sistemazione del tratto focivo del corso d’acqua, con impatto ambientale modesto e costo paragonabile con quello dei dragaggi».

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Abbiamo dunque visto perché lo scavo degli alvei è inutile. Adesso vediamo perché è anche controproducente: più che un intervento di “riduzione del rischio”, infatti, è un intervento di “trasferimento del rischio”. Infatti, se è vero che un alveo scavato convoglia una maggior portata fornendo perciò una protezione locale (sia pur temporanea),  questa maggior portata si scarica a valle, accrescendo il rischio. Se anche il centro abitato successivo interviene con uno scavo, a farne le spese sarà il terzo … e così via in una catena senza fine in cui si spende denaro pubblico per salvarne uno e affogarne tre.

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Ancora: secondo i sindaci, cedendo ghiaie e sabbie alle ditte esecutrici dei lavori, gli scavi sarebbero “a costo zero”. In pratica, invece, si scaricherebbero i costi (con interessi da usura!) sui nostri figli: un vero furto al futuro! Vediamo perché.  Uno scavo, anche se locale,  innesca l’erosione retrograda e induce erosione anche a valle, poiché funziona come una trappola per inerti che trattiene i sedimenti provenienti da monte.  Il deficit solido locale viene perciò progressivamente ridistribuito lungo tutta l’asta fluviale, dalla sorgente alla foce. Tenuto conto che tutti i sindaci chiedono scavi e che questi dovrebbero necessariamente essere ripetuti nel tempo, significherebbe riaprire l’epoca delle escavazioni, già sperimentata nel dopoguerra. Vediamo i costi che i responsabili di allora ci hanno scaricato addosso e chiediamoci se davvero vogliamo scaricarne di nuovi sui nostri figli.

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L’incisione dell’alveo conseguente agli scavi induce  instabilità delle sponde, frane e scalzamento e crollo dei ponti ed altri manufatti (anche a decenni di distanza dall’interruzione delle escavazioni),  costringendoci per decenni a farci carico dei costi di difesa, manutenzione e ricostruzione.

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Ma gli scavi riducono anche il ripascimento del litorale, provocandone l’erosione, con danno per l’economia turistica e gravandoci di costi esorbitanti per opere di difesa marittime e ripascimenti artificiali.

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Ma l’incisione dell’alveo indotta dagli scavi, oltre al profilo longitudinale, altera anche quello trasversale, inducendo un “effetto canalizzazione”:  l’alveo bagnato diviene più stretto e profondo, con sponde più ripide. L’incisione del fondo determina un abbassamento del pelo libero dell’acqua che a sua volta –rendendo il fiume drenante rispetto alla falda– induce un abbassamento della superficie freatica e una riduzione delle risorse idriche sotterranee.

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Lungo la fascia costiera, infine, l’abbassamento della falda determina l’intrusione del cuneo salino. La posizione dell’interfaccia sotterranea acqua dolce-acqua salata, infatti, è determinata dalla pressione idrostatica esercitata dall’acqua dolce, cioè dalla quota della superficie freatica sul livello del mare. Per ogni m di abbassamento della falda, l’interfaccia tra acqua dolce e acqua salata si innalza di circa 30 m, con una forte penetrazione nell’entroterra del cuneo salino che rende inservibile per gli usi potabili ed irrigui l’acqua dei pozzi.

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In questo modo l’abbassamento della falda ha indotto anche l’intrusione salina lungo l’alveo fino a 8 km  dalla foce e la salinizzazione delle acque sotterranee.

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In conclusione, l’estrazione di sedimenti è uno degli interventi più deleteri. Qui ne vediamo le conseguenze negative: morfologiche in rosa, idrogeologiche in azzurro, ecologiche in verde, economiche in bianco (mentre quelli in giallo sono i vantaggi). Ed ecco il gioco di prestigio dei nostri sindaci: perché mai dovremmo preoccuparci di tutte queste conseguenze che, oltretutto, pagheranno altri in futuro?  Basta dotare i cittadini di buoni paraocchi e il gioco è fatto: vedranno solo i vantaggi!

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Insomma, dietro il trucco dei nostri sindaci, che ci allettano con il “costo zero” degli interventi, ci stanno le tasse nel biberon (scaricare i costi sui nostri figli)!

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Nella prima parte ho argomentato come la causa prima dei danni alluvionali sia la nostra imprudenza storica: ovunque si è costruito nelle aree inondabili, andandoci a ficcare nei guai. Nella seconda parte ho argomentato come le soluzioni proposte (taglio della vegetazione in alveo e scavo dei fiumi) siano inutili e dannose.  Considero perciò di una gravità inaudita la lettera inviata ai presidenti delle Regioni Liguria e Toscana dai sindaci dei 27 comuni colpiti dall’alluvione.  La lettera è un vero gioco di prestigio. Per svelarne il trucco basta considerare che essa non contiene alcuna autocritica sull’edificazione passata nelle aree inondabili, né alcun ripensamento sulle future previsioni urbanistiche in esse. È dunque un tentativo di depistaggio basato su comodi alibi (cambiamenti climatici, accumuli di sedimenti in alveo, vegetazione fluviale) che mira a sviare l’attenzione su proposte fuorvianti per scongiurare l’interruzione dell’edificazione nelle aree inondabili (che è il vero rischio temuto dai sindaci, ben più dell’alluvione).

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Devo purtroppo constatare che le richieste dei vostri comitati al presidente della Regione, coincidono con quelle dei sindaci. Premesso che siete pienamente liberi, anche di farvi del male, voglio provare un’ultima argomentazione che vi costringa a seguire un ragionamento senza pregiudizi. Prendiamo un bacino naturale:  dopo la pioggia, le acque impiegano alcune ore a concentrarsi dai ruscelli negli affluenti e, infine nell’alveo principale, dove generano un’onda di piena. L’area sotto la curva è il volume defluito (la somma delle portate istantanee per il tempo). Man mano che quel bacino viene urbanizzato, le acque raggiungono più rapidamente l’alveo (per l’impermeabilizzazione del suolo e le fognature stradali e le canalizzazioni, fatte apposta per allontanare rapidamente le acque dalla città).  L’onda di piena, pur mantenendo lo stesso volume, diviene perciò più veloce, anticipata ed elevata. Ora immaginiamo di rivestire l’intero bacino con un lenzuolo plastico, in modo che la pioggia vi scivoli  senza incontrare alcuna resistenza: il picco di piena diverrebbe immediato, altissimo e di brevissima durata. Ed ora ecco il ragionamento al quale voglio costringervi: poiché l’area sotto le tre curve è identica (il volume transitato resta invariato), se voglio abbassare il picco devo allargarne la base;  devo cioè distribuire quel volume in un tempo più lungo: in poche parole, devo rallentare la corrente! Perciò ogni intervento che accelera il deflusso (il taglio della vegetazione, lo scavo degli alvei, la loro rettifica, la sottrazione di aree inondabili, l’impermeabilizzazione del suolo …) accentua il picco di piena. Perché allora è così diffusa la convinzione che questi interventi siano utili? Perché in effetti riducono l’esondazione localmente; il problema è che funziono da scaricabarile. Il ricorso ad essi è il retaggio della cultura antecedente alle Autorità di bacino, quando non si badava al bene comune, ma ogni Comune pensava a se stesso, scaricando il rischio sugli altri. Dal punto di vista puramente egoistico può essere ancora comprensibile che a chiedere questi interventi siano i Comuni di monte, ma non certo voi che, essendo alla foce, subireste il danno scaricatovi addosso da tutti i Comuni del bacino! A meno che non vi illudiate che lo scavo e il taglio della vegetazione siano consentiti a voi e vietati a tutti gli altri.

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Comunque, almeno l’obiettivo del taglio della vegetazione l’avete già raggiunto. La Provincia si è infatti attivata. Qui vedete l’intervento in atto all’oasi LIPU di Arcola, con macchinari mostruosi;  guardate questa sequenza di foto: 4 secondi per ogni albero abbattuto! Finalmente pulizia è fatta!

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Un po’ meno contente sono le garzette al bordo del sentiero, che guardano desolate portar via le loro case ridotte a pezzi. So che a molti di voi poco interessa: ho letto giudizi molto sprezzanti sulle specie protette, sul Parco e sugli ambientalisti. Ma l’aspetto più tragico di questo atteggiamento tracotante (che pretende di domare la natura, di strappare al fiume aree da edificare, illudendosi di riuscire a costringerlo nel suo alveo) è l’incapacità di imparare le lezioni della natura: così ogni alluvione, anziché suggerire prudenza e umiltà, suscita l’aumento della tracotanza. È la premessa infallibile per nuove alluvioni!

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In ogni caso, il taglio della vegetazione è stato eseguito alla grande. Procedendo verso monte, troviamo lo stesso deserto vegetale: a Fornola, a Vezzano…

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… alla confluenza tra Vara e Magra, a Bottagna …

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… a Follo, visto dal ponte di Ceparana, a Castiglione …

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… a Piana Battolla, a Beverino e così via salendo. Insomma, la Provincia lascerà a desiderare per i ritardi nella costruzione dei vostri argini, ma in compenso è stata molto solerte nel soddisfare la vostra richiesta di taglio della vegetazione. Peccato che, senza l’attrito vegetazione fluviale, le acque scorreranno più velocemente: così oggi, se dovesse ripetersi la stessa piena del 25 ottobre, il suo picco sarebbe più elevato e a farne le spese sareste proprio voi che abitate alla foce. Avete ottenuto proprio un bel risultato!

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E veniamo alle soluzioni possibili, iniziando da quello che è forse il principale limite dell’attuale normativa.

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La normativa prevede che nelle aree inondabili si possa edificare solo dopo la loro “messa in sicurezza”, cioè la loro protezione dalla piena duecentennale. Questo è giusto, ma risolve il problema solo in parte. Grazie all’intraprendenza del partito del cemento, infatti, oggi gli interventi di messa in sicurezza sono spesso piegati alla finalità opposta: sono cioè utilizzati come cavallo di Troia per dare il via libera all’edificazione nelle aree inondabili. Si arriva così al risultato paradossale che più spenderemo per la “messa in sicurezza” più aumenteranno i danni alluvionali. Il concetto è illustrato in modo semplice in questo esempio: se un’area inondabile con due case a rischio  viene messa in sicurezza con un argine riducendo di 5 volte la pericolosità (probabilità di inondazione),  ma poi l’area viene edificata, aumentando di 10 volte il valore dei beni esposti  il risultato finale di tutti i nostri sforzi –pianificatori ed economici– sarebbe un raddoppio del rischio idraulico (in quanto inondati 5 volte di meno ma, quella volta, con danno 10 volte maggiore)! L’esempio è tutt’altro che ipotetico: è quanto da tempo sta succedendo in Italia. Figura di A. Nardini, in: CIRF, 2006. La riqualificazione fluviale in Italia. Linee guida, strumenti ed esperienze per gestire i corsi d'acqua e il territorio. A. Nardini, G. Sansoni (curatori) e coll., Mazzanti editore, Mestre.

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Ad es., negli ultimi due secoli sul Po sono stati costruiti  circa 2500 km di argini e, di pari passo, sono aumentati i livelli di piena; il che, peraltro, non dovrebbe stupire, considerato che gli argini, impedendo l’esondazione localmente, scaricano a valle un rischio accresciuto (scaricabarile). Foto da Tropeano e Turconi (2001). Grafico da Puma (2003). Entrambi in: CIRF, 2006. La riqualificazione fluviale in Italia. Linee guida, strumenti ed esperienze per gestire i corsi d'acqua e il territorio. A. Nardini, G. Sansoni (curatori) e coll., Mazzanti editore, Mestre.

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Così come non stupiscono non solo i costi crescenti per opere idrauliche ma, soprattutto,  il fatto che più spendiamo, più aumentano i danni alluvionali! Grafici da: CIRF, 2006. La riqualificazione fluviale in Italia. Linee guida, strumenti ed esperienze per gestire i corsi d'acqua e il territorio. A. Nardini, G. Sansoni (curatori) e coll., Mazzanti editore, Mestre. (da dati rielaborati di: Cellerino R., 2004. L'Italia delle Alluvioni. Un'analisi economica. Ed. Franco Angeli, Milano).

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Per spezzare il circolo vizioso della “messa in sicurezza” (che dopo le opere consente di edificare, aumentando il rischio), occorre cambiare addirittura terminologia e passare al più concreto obiettivo della “riduzione del rischio”. In ogni area inondabile dovremmo allora calcolare il rischio (cioè il prodotto tra la probabilità di inondazione e l’entità dei danni in caso d’inondazione) che dipende ovviamente sia dalle opere di difesa presenti sia dai beni (edifici e altro) presenti nell’area e dal loro valore. A quel punto potremmo decidere l’entità del rischio che consideriamo accettabile (ad es. monetizzandolo e ripartendolo in una data somma di euro l’anno) e sottoporre ogni piano regolatore alla verifica che il rischio accettabile non sia superato.  Ad es. puoi costruire nuovi edifici solo se il conseguente aumento del rischio è più che compensato da delocalizzazioni, da opere di difesa e da misure di riduzione della vulnerabilità degli edifici (porte stagne, ecc.). Occorrono dunque leggi coraggiose che impongano questo nuovo approccio. Nel frattempo è interesse dei cittadini vigilare su ogni nuova edificazione.

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L’entità dei danni alluvionali può essere grandemente contenuta anche con accorgimenti che consentano di convivere con il rischio.

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Tra le misure STRUTTURALI ci sono i dispostivi di autoprotezione come, ad es.:  porte a tenuta o barriere mobili per impedire l’ingresso dell’acqua in casa, valvole di non ritorno per gli scarichi;  elevazione, ancoraggio o interramento dei serbatoi di combustibile;  sopraelevazione di caldaie e condutture;  muretti a tenuta per gli impianti che devono poggiare sul pavimento (autoclavi, impianti idrici), ecc.  Tra le misure GESTIONALI ricordiamo i sistemi di monitoraggio e previsione delle piene, i sistemi di supporto alle decisioni per gestire gli allarmi, tutto il complesso di dispositivi e misure di Protezione Civile e, non ultimo, l’accantonamento di fondi per risarcimenti immediati (per far ripartire subito le attività, dopo l’evento).

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Per finire, esaminiamo le possibili soluzioni per proteggere le aree inondabili del tratto focivo.

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La carta della pericolosità idraulica ci dice che Fiumaretta e Bocca di Magra sono ad elevato rischio, cioè inondabili dalle piene con tempo di ritorno 30 anni (in rosso); gran parte della piana è a rischio medio, cioè inondabili dalle piene con TR 200 anni (in arancio). Questa zonizzazione è dunque basata sulla frequenza d’inondazione.

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Per proteggere queste aree, il Piano dell’Autorità di bacino ha valutato 10 scenari, basati essenzialmente su diverse combinazioni di arginature di varia altezza e di un canale scolmatore. Vediamone i principali risultati, cartografando non la frequenza d’inondazione, ma i battenti d’acqua per la piena 200le: in verde fino ad 1 m, in giallo fino a 2, in arancio fino a 3 e in rosso fino a 4m. Questa è la situazione attuale: Fiumaretta e Bocca di Magra sono inondabili frequentemente, con tiranti (cioè altezze d’acqua) non trascurabili; anche parte della piana è inondabile (presso il Bettigna con tiranti sopra i 2m).

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Teniamo nell’angolo la situazione attuale (per confronto) e  vediamo una prima soluzione, basata sui soli argini 200li,  sia fino al Bettigna (linee rosse)  sia nel tratto di foce (linee blu).  Questa soluzione risolverebbe il problema, ma è stata respinta dagli amministratori per l’altezza degli argini 200li nel tratto di foce  (2 m nel punto più alto), ritenuta inaccettabile per motivi paesaggistici. Si noti anche che, impedendo l’esondazione, i tiranti idrici nell’area compresa tra gli argini aumenterebbero, costringendo gli operatori della nautica a misure strutturali e gestionali per contenere i danni.

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Nel tratto di foce i Comuni hanno quindi accettato, come prima fase d’intervento,  solo “argini bassi” con altezza massima di 1,5 m. Qui sono indicati come argini T100 ma in realtà sono dimensionati per la piena con tempo di ritorno di 80-100 anni purché abbinati allo scavo di canali navigabili per compensare la mancanza del franco di sicurezza; possiamo perciò considerarli idonei alla piena circa 50le. Poiché Fiumaretta è compresa tra gli argini e la provinciale 432, in caso di inondazione si riempirebbe come una vasca, come in effetti è avvenuto. Questo scenario prevede perciò anche  l’abbassamento a piano campagna della strada, in modo che le acque possano inondare anche la piana, abbassando i livelli a Fiumaretta.  Non credo di fare un processo alle intenzioni sostenendo che questa soluzione è stata scelta poiché la sua realizzazione, conseguendo l’obiettivo minimale di protezione dalla 30le e comportando battenti idrici ridotti, consentirebbe di svincolare l’area e di permetterne l’edificazione, sia pure adottando accorgimenti di autoprotezione. Si è cioè scelto il livello minimo di sicurezza necessario a sbloccare l’edificazione che, evidentemente, per il Comune era l’obiettivo prioritario. Questa prima fase d’intervento, essendo insufficiente a proteggere dalla piena 200le, dovrebbe essere seguita da una seconda fase, per la quale è stata lasciata in sospeso la scelta tra il rialzo di questi argini (nel qual caso si rientra nello scenario precedente) e uno scolmatore.

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Lo scolmatore più efficiente è quello  “bagnato piccolo”, sempre bagnato perché scavato sotto la falda, largo 70 m e profondo 2-3 m.  Riuscirebbe a smaltire 1.000 m3/s (la portata eccedente la piena secolare) e permetterebbe perciò di mantenere argini bassi nel tratto di foce. Abbassando il livello della piena, permetterebbe anche di contenere il rischio per la nautica.  Gli svantaggi sono l’occupazione di terreni, il rischio di salinizzazione della falda (anche se viene dichiarato contenuto) e i costi (circa 18 milioni), visto che richiederebbe sifoni o sovrappassi per tutti i corsi d’acqua intercettati. Il rialzo degli argini nel tratto focivo costerebbe invece solo mezzo milione (quindi potrebbe essere realizzato in tempi molto più brevi).

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Un’alternativa allo scolmatore bagnato è quello detto “asciutto” perché sarebbe percorso dall’acqua solo dalle piene superiori alla centennale. Rispetto a quello bagnato non vi sarebbero rischi di salinizzazione; richiederebbe però l’occupazione di quasi tutta la piana (circa 600 m) e la decorticazione del suolo per circa 1 m di spessore: l’area potrebbe essere ugualmente coltivata, ma con ogni probabilità ne risentirebbe la qualità agricola del terreno.

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In conclusione, con gli argini bassi si è scelto un basso livello di protezione dell’area di foce (quanto basta però a svincolarla dal divieto di edificazione) rinviando ad una seconda fase la scelta tra  rialzare gli argini o realizzare lo scolmatore bagnato. A giudicare dai fondi stanziati dopo l’alluvione dalla Liguria, per approfondire l’ipotesi progettuale dello scolmatore, sembra che quest’ultima si stia oggi affermando a livello amministrativo.

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Un contributo alla sicurezza del tratto focivo potrebbe venire anche da interventi di laminazione, disseminati nell’intero bacino.

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In effetti, il Piano di bacino  prevede casse di espansione (una trentina) nell’alto e medio bacino e  il completamento degli argini nel tratto di pianura. Va però verificato se il rapporto costi/benefici delle casse è favorevole.

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In effetti, le nostre casse  (viste le modeste superfici disponibili) avrebbero un’efficacia idraulica limitata (nel loro insieme consentirebbero di ridurre di circa 50 cm l’altezza degli argini alla foce). Se a ciò aggiungiamo i costi, l’impatto ambientale elevato e problemi di funzionamento, appare molto più conveniente rialzare gli argini di pianura, rinunciando alle casse. Poiché per voi, in quanto residenti alla foce, può essere forte la tentazione di chiedere comunque le casse (se non altro perché ne avreste solo i vantaggi, mentre gli svantaggi ricadrebbero su altri Comuni ), spenderò due parole per mostrarne alcuni problemi.

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Vi sono due tipi di casse: in derivazione e in linea. Le prime, laterali,  richiedono un argine perimetrale robusto con uno sfioratore tarato ad una data portata, raggiunta la quale la cassa si riempie, riducendo la portata che transita a valle. Più la superficie è vasta, più la cassa è efficace ed economica; purtroppo nel nostro bacino le superfici disponibili sono tutte molto limitate (quindi costi alti –oltre 100 milioni– ed efficacia bassa). Perché voi ne ricaviate vantaggi, le casse dovrebbero essere tarate sulla portata 200le. Ma in 200 anni (anche in molto meno) l’alveo può alzarsi o approfondirsi; perciò per garantire l’efficacia della cassa dovremmo irrigidire tutto l’alveo (fondo e sponde, quindi altri costi) e mantenerlo tale per 200 anni.  Possiamo essere più che scettici sul fatto che disporremo dei fondi necessari a mantenere costantemente efficienti per 200 anni alveo ed argini della trentina di casse necessarie. Ad es. l’unica cassa realizzata (alla Chiesaccia) è stata spazzata via dalla piena di ottobre. Va poi considerato che le casse sottraggono un’area inondabile: perciò una cassa in derivazione progettata per la duecentennale ridurrebbe il rischio in media ogni 200 anni e lo aggraverebbe negli altri 199 anni! Le casse in linea  sono uno sbarramento con una bocca tarata sul fondo: lasciano passare le portate ordinarie e si riempiono gradualmente al crescere della piena. Sono perciò meno sensibili agli errori di taratura, richiedono manutenzione ridotta e non aggravano mai il rischio a valle.  Peccato, però che siano molto meno efficienti, poiché quando arriva la piena 200le, la cassa è già in buona parte riempita. In conclusione, viste anche le limitate superfici disponibili, le nostre casse sarebbero costose e poco efficaci: è molto più economico e sicuro rialzare gli argini in pianura! Senza contare che i Comuni che dovrebbero accogliere le casse non sarebbero certo felici di sacrificare il loro territorio a favore di Comuni che, per loro imprevidenza, hanno urbanizzato le aree inondabili!  Anche il confronto dei costi per raggiungere lo stesso risultato non lascia dubbi: se il costo dello scolmatore (circa 18 milioni) può ancora essere considerato abbordabile (sebbene ben più elevato del mezzo milione necessario per il rialzo arginale), quello delle casse (109 milioni) appare davvero proibitivo.

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Veniamo alle conclusioni. Mi avete chiesto un parere tecnico, ma devo dirvi che, nel vostro caso, l’impatto sociale delle soluzioni possibili predomina largamente sugli aspetti economici e di impatto ambientale. Una scelta puramente tecnica, infatti, potrebbe gravare interamente su un gruppo sociale, mandandolo in rovina o, più probabilmente, spingendolo ad opporsi ferocemente fino a bloccare il progetto, a danno di tutti. Perciò esporrò alla fine la mia opinione, ma con l’avvertenza che vale come tante altre e che è nel vostro interesse individuare la soluzione attraverso un processo decisionale partecipativo, anziché delegarla a tecnici.

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Il processo decisionale partecipativo, infatti, è uno strumento concepito proprio per far emergere e risolvere fin dall’inizio gli inevitabili conflitti, evitando che si giunga a scelte sbagliate che, alla fine, diverrebbero inattuabili. I conflitti possono essere:  Tra obiettivi: tra la sicurezza e la naturalità, le attività economiche (turismo, nautica, agricoltura), le aree edificabili, i beni ambientali; tra i costi della soluzione ottimale e l’urgenza di ridurre subito il problema; e così via;  Tra portatori di interesse: residenti, operatori della nautica, agricoltori, ambientalisti, ecc.  Tra gruppi sociali: tra residenti di monte e di valle, oppure tra quelli adiacenti al fiume e quelli della piana, senza dimenticare il conflitto tra noi e le future generazioni, che non vorrebbero che noi scaricassimo su di loro i costi delle nostre scelte.

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Solo per fare qualche esempio (ma qui non basterebbero ore),  un residente di Fiumaretta avrà interesse a preservare il valore paesaggistico (e le sue ricadute economiche turistiche); quindi propenderà per garantirselo (con gli argini bassi) e per raggiungere la sicurezza con lo scolmatore.  Gli abitanti della piana, al contrario, vedranno lo scolmatore come fumo negli occhi: passerebbe tra le loro case, si vedrebbero espropriati dei terreni, danneggiate le attività agricole di pregio e lo percepirebbero comunque come un rischio alluvionale supplementare. Perciò propenderanno per gli argini alti: se i residenti di Fiumaretta vogliono la sicurezza si facciano carico dell’impatto paesaggistico senza pretendere di scaricare il problema su di loro!  Gli operatori della nautica saranno naturalmente convinti sostenitori sia dello scolmatore (perché ridurrebbe i livelli di piena nell’area compresa tra gli argini), sia dei dragaggi, perché utili alla navigabilità.  Tutti, poi, saranno magari favorevoli alle casse di laminazione o ad altre soluzioni sparse nel bacino: nonostante i problemi e i costi elevati, infatti, alla foce si godrebbero solo i benefici, mentre gli svantaggi ricadrebbero su altri Comuni. E così via… Sono tutti interessi legittimi, ma in conflitto tra loro; se non si affrontano fin dall’inizio si rischia di arrivare ad una scelta che scatena l’opposizione di tutti quelli che ne sono penalizzati. Per questo serve un processo decisionale partecipativo.

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Occorre dunque:  coinvolgere tutti gli attori sociali, sia per raccoglierne i saperi e le aspirazioni, sia per individuare le stesse soluzioni progettuali;  far emergere e rendere trasparenti i conflitti tra portatori di interesse;  negoziare le soluzioni, non nel senso deteriore, ma con una negoziazione win-win (cioè tutti vincenti) che massimizza il beneficio complessivo senza lasciare nessuno “peggio di prima” (se necessario, compensando gli svantaggi). A tal fine il processo partecipativo adotta criteri scientifici per misurare –per ogni soluzione alternativa– la soddisfazione di ciascun attore coinvolto, in modo da scegliere quella che ha le prestazioni migliori. Questo approccio è ben poco utilizzato in Italia (e proprio per questo esplodono tanti conflitti e, alla fine, tanti progetti si bloccano). Visto che sta per partire lo studio sullo scolmatore commissionato dalla Regione, il suggerimento che vi do è quello di chiedere che sia strutturato come processo partecipativo o, almeno, che sia da esso accompagnato. Altrimenti potrebbe uscirne un progetto, magari a impatto ambientale minimo ma che non verrà mai realizzato perché non ci si è confrontati con i vari portatori di interesse né con altre alternative progettuali.

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Tengo a sottolineare che il processo partecipativo non va confuso con la comunicazione, né con la consultazione. La comunicazione è unidirezionale, dal relatore agli ascoltatori, ai quali è concesso solo di fare domande o esprimere opinioni.  La consultazione invece prevede un dialogo, ma purtroppo a progetto concluso che, in quanto tale, solleva un vespaio di critiche e opposizione.  La partecipazione, invece, prevede il coinvolgimento attivo di tutte le componenti sociali fin dalle fasi iniziali, in modo da far emergere i problemi, i saperi, i timori, i conflitti, le proposte e far sì che i partecipanti influenzino veramente l’elaborazione del piano. La fase di elaborazione tecnica diviene più lunga e complessa, anche perché tutti i partecipanti devono essere messi a conoscenza di tutti gli aspetti tecnici e in ogni fase devono poter accedere a tutti i documenti (ad es. su un sito internet).  Il percorso dalla conoscenza alla scelta, inoltre, deve essere reiterato, con affinamenti successivi. Ciò che più conta, però, è che la fase istituzionale e quella attuativa procedono poi senza intoppi, avendo già raccolto un ampio consenso. Insomma, alla fine il progetto diviene davvero realtà. Contenuto ispirato a: CIRF, 2006. La riqualificazione fluviale in Italia. Linee guida, strumenti ed esperienze per gestire i corsi d'acqua e il territorio. A. Nardini, G. Sansoni (curatori) e coll., Mazzanti editore, Mestre.

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Va chiarito che il processo partecipativo, pur richiedendo anche assemblee, non ha nulla a che vedere con il “metodo assembleare”, dove prevale chi urla di più o sa parlare meglio. Tutta la procedura –che richiede specifiche professionalità– deve seguire un percorso razionale e preventivamente esplicitato. In particolare, deve essere accompagnata da un triplice livello di valutazione del progetto.  Al primo livello, tecnico, una valutazione multicriterio, misura le prestazioni di ogni alternativa progettuale nei confronti di ciascun obiettivo considerato.  Al secondo livello, sociale, si misura il grado di soddisfazione di ciascun portatore di interesse nei confronti di ciascuna alternativa, individuando anche chi ci guadagna, chi ci perde (e quanto) e ricercando possibili soluzioni di compensazione.  Al terzo livello, politico, il decisore conserva il potere (e la responsabilità) di decidere la soluzione migliore, ma deve farlo con trasparenza (dichiarando esplicitamente il “peso” attribuito ai vari portatori di interesse). I primi due livelli divengono cioè una sorta di “sistema di supporto alle decisioni” che conferisce al decisore maggior responsabilità, ma anche maggior consenso (derivante dalla partecipazione) e maggiore autorevolezza (in quanto supportata dalla valutazione multicriterio). Chi si aspettava da me “la soluzione” sarà rimasto deluso: anziché una soluzione, infatti, vi ho suggerito un percorso per raggiungerla da soli. Vi invito però a diffidare della presunta neutralità delle soluzioni tecniche: non c’è miglior scelta di quella costruita ascoltando i vostri problemi e le vostre aspirazioni, attraverso un percorso rigoroso in cui tutti sono messi in grado di conoscere gli aspetti tecnici, sono tenuti a motivare ed esplicitare le loro preferenze e possono verificare se e quanto la scelta finale (che è sempre del decisore politico) ha massimizzato i vantaggi tecnici e quelli sociali.

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A questo punto posso anche dirvi la mia opinione personale, basata sulla mia valutazione delle due principali soluzioni in campo. Come vedete, il rialzo degli argini nel tratto focivo (o, ancora meglio, la realizzazione diretta degli argini 200li) presenta diversi vantaggi ma, soprattutto, per i bassi costi e la semplicità costruttiva, permetterebbe di realizzare l’intervento in tempi molto brevi e quindi di mettervi al riparo da nuove alluvioni nel caso di altre piene rilevanti. Lo scolmatore, invece, anche a prescindere dai costi, richiederebbe tempi più lunghi, sia per la necessità di studi (vista la maggior complessità dell’opera), che per gli stessi tempi di realizzazione; avrebbe inoltre un funzionamento più critico, legato alle opere di intercettazione degli affluenti (Bettigna, Can. degli Orti, Can. Fabbricotti e colatori minori). Quanto all’impatto ambientale, sebbene gli studi preliminari prospettino un rischio di salinizzazione contenuto, non può essere escluso che in futuro la subsidenza della piana o l’innalzamento del livello del mare possano aggravare l’impatto. Il principale impatto degli argini alti è quello paesaggistico poiché, per quanto legato ad un rialzo di soli 50 cm, precluderebbe la vista dell’altra sponda. Questo impatto potrebbe essere mitigato da accorgimenti progettuali (ad es. la sommità arginale trasformata in un’ampia passeggiata). Personalmente dunque sceglierei la soluzione degli argini alti, affidando ad un processo partecipativo (in questo caso semplificato) la scelta degli accorgimenti progettuali necessari a minimizzarne l’impatto. Tuttavia, pur comprendendo la vostra tentazione di delegare la scelta ai tecnici, per abbreviarne i tempi, ribadisco che la scelta deve essere vostra. In caso contrario, infatti, il vero rischio non sarebbe solo quello di una soluzione non vi soddisfi, ma soprattutto che la scorciatoia si riveli illusoria, cioè che alla fine il progetto venga abbandonato per l’opposizione sociale, ritardando ulteriormente la vera soluzione.

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Alluvione nel basso Magra: vere e false soluzioni Giuseppe Sansoni Legambiente Fiumaretta Hotel Stella del Magra 28 gen. 2012

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urbanizzazione imprudente clima: eccezionale o normale? soluzioni possibili taglio vegetazione fluviale scavi e dragaggi convivere col rischio argini o scolmatore? “messa in sicurezza” o “riduzione del rischio”? casse di laminazione nel bacino? falsi alibi, soluzioni illusorie processo decisionale partecipativo!

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urbanizzazione imprudente clima: eccezionale o normale? soluzioni possibili taglio vegetazione fluviale scavi e dragaggi convivere col rischio argini o scolmatore? “messa in sicurezza” o “riduzione del rischio”? casse di laminazione nel bacino? falsi alibi, soluzioni illusorie processo decisionale partecipativo!

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Tropicalizzazione del clima? Pontremoli Calice al Cornoviglio Brugnato 5 Terre GENOVA SAVONA IMPERIA

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Calamazza ~4.330 m3/s (TR~100 anni) Colombiera ~5.100 m3/s (TR~100 anni) Alluvione 25 ott. 2011 Alveo: capacità smaltimento: 2.500 m3/s (è andata bene!) Aulla ~3.816 m3/s (TR~200 anni) “bomba d’acqua” solo su Vara e Magra (non su Taverone e Aulella) piena Magra a Calamazza sfasata (1 h dopo piena Vara a Piana Battolla) piena a ponte Colombiera “solo” 5.100 m3/s

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Colombiera: oltre 7.000 m3/s? Alluvioni domani Alveo: capacità smaltimento: 2.500 m3/s (potrebbe andare molto peggio!) “bomba d’acqua” non solo su Vara e Magra, ma anche su Taverone e Aulella) piene Magra, Taverone e Aulella sincrone (ad Aulla catastrofe) piena a ponte Colombiera 7.000 m3/s (o più) catastrofe alla confluenza, piene Magra e Vara sincrone

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urbanizzazione imprudente clima: eccezionale o normale? soluzioni possibili taglio vegetazione fluviale scavi e dragaggi convivere col rischio argini o scolmatore? “messa in sicurezza” o “riduzione del rischio”? casse di laminazione nel bacino? falsi alibi, soluzioni illusorie processo decisionale partecipativo!

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Alluvione: causa primaria, l’imprudenza Portata smaltibile dal Magra: 2.500 m3/s Piena 200le prevista dal PAI (senza tropicalizzazione): 7.000 m3/s urbanizzazione in aree inondabili guai! Fiumaretta Bocca di Magra Ameglia

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Storia di un’imprudenza: Fiumaretta, Bocca di Magra Pianta 1891

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Case Pianta Storia di un’imprudenza: Fiumaretta, Bocca di Magra 1907

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Storia di un’imprudenza: Fiumaretta, Bocca di Magra 1928

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1938 Storia di un’imprudenza: Fiumaretta, Bocca di Magra

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anni ’40 Storia di un’imprudenza: Fiumaretta, Bocca di Magra

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Storia di un’imprudenza: Senato, piana Ameglia anni ’50

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Storia di un’imprudenza: Fiumaretta, Bocca di Magra 1960

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2003 Storia di un’imprudenza: Fiumaretta, Bocca di Magra

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Una storia di alluvioni… ma scarsa memoria! Più urbanizzazione in aree inondabili più danni, più memoria 6 Nov. 2000 20 Gen. 2009 24 Dic. 2009 1 Nov. 2010 23 Dic. 2010 25 Ott. 2011

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L’imprudenza: Fiumaretta, Bocca di Magra, Ameglia IL PADULE PADULE BASSO Ponte agli Stagni PADULE AdB Magra, studio M. Rinaldi, Univ. Firenze, 2005

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L’imprudenza: Vezzano, S. Stefano AdB Magra, studio M. Rinaldi, Univ. Firenze, 2005

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L’imprudenza: Ponzano, Arcola AdB Magra, studio M. Rinaldi, Univ. Firenze, 2005

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L’imprudenza: Romito, Sarzana, Senato AdB Magra, studio M. Rinaldi, Univ. Firenze, 2005

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L’imprudenza: Camisano, Piana Ameglia AdB Magra, studio M. Rinaldi, Univ. Firenze, 2005

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L’imprudenza: Aulla AdB Magra, studio M. Rinaldi, Univ. Firenze, 2005

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urbanizzazione imprudente clima: eccezionale o normale? soluzioni possibili taglio vegetazione fluviale scavi e dragaggi convivere col rischio argini o scolmatore? “messa in sicurezza” o “riduzione del rischio”? casse di laminazione nel bacino? falsi alibi, soluzioni illusorie processo decisionale partecipativo!

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I falsi alibi: la vegetazione in alveo Marinella: litorale dopo l’alluvione

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I falsi alibi: la vegetazione in alveo Dopo la piena: alberi abbattuti, ma ancora in posto

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T. Carrione strada Pulizie fluviali impotenti: le frane T. Carrione (alluvione 23 sett. 2003) oltre 500 frane! uomini

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Forse non tutti sanno che… … per fermare i tronchi ci vogliono gli alberi! Magra e Vara 2011

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Ponti ostruiti: davvero è colpa della vegetazione? Piazza Borghetto Vara T. Pogliaschina

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Trappole per tronchi: di chi la colpa? Piazza

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Trappole per tronchi (Sarzana, T. Calcandola) - 1

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Trappole per tronchi (Sarzana, T. Calcandola) - 2 luce ponte piattaforma

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Trappole per tronchi (Sarzana, T. Calcandola) - 3

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urbanizzazione imprudente clima: eccezionale o normale? soluzioni possibili taglio vegetazione fluviale scavi e dragaggi convivere col rischio argini o scolmatore? “messa in sicurezza” o “riduzione del rischio”? casse di laminazione nel bacino? falsi alibi, soluzioni illusorie processo decisionale partecipativo!

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Cchiù ghiaia pi tutti ! (Quando la realtà supera la fantasia) CONTRO L’ALLUVIONE PULIAMO I FIUMI ADESSO SI PUÒ

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Val di Vara: da stabile a incisione intensa Lunigiana: da stabile a incisione intensa Basso Magra: incisione intensa Macché fiumi sovralluvionati: sono incisi! Abbassamento fondo: 4-14 m !

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Macché fiumi sovralluvionati: sono incisi! Rinaldi, 2005

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Erosione litorale

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Ripascere gli alvei (da frane) Rinaldi (UniFI), 2007

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Ripascere gli alvei: misure conservative Non intervenire su frane Non intervenire su versanti connessi Non intervenire su sponde in erosione Non costruire briglie Non costruire difese spondali Non fare manutenzione opere Rinaldi (UniFI), 2007

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Ripascere gli alvei: misure migliorative da briglie dall’alveo dalla piana Da dighe da siti a rischio in sedimentazione da tratti in sedimentazione Mobilizzare e trasferire sedimenti: in siti a rischio per incisione Rinaldi (UniFI), 2007

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Barre e isole: normali o accumuli da rimuovere? barre e isole Barre e isole Pericolose? Da rimuovere?

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Scavo alvei? Inutile! erosione trasporto deposito

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Dragaggio tratto focivo? Inutile! 1) il fondo tende a profilo d’equilibrio, ripristinandolo dopo dragaggio 2) al suo passaggio, la piena scava e rimodella da sola il fondo

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Abitato Fiumaretta Ponte Colombiera Intermarine T. Bettigna Dragaggio: quale vantaggio? 1) Se nel 2003 fosse stato interamente eseguito il progetto di dragaggio 2) Se il fondo dragato fosse rimasto invariato (senza erosioni né depositi) 3) Il livello della piena dic. 2009 sarebbe stato 45 cm più basso poco a valle del ponte Colombiera, ma solo 5-10 cm più basso nell’abitato di Fiumaretta Foce

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Fondo stabile? Sì, ma quello naturale, con isolotto!

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Fondo sovralluvionato? macché sovralluvionato: è un profilo d’equilibrio! Il dragaggio viene effettuato dalla piena stessa: al momento del bisogno; commisurato all’entità della piena; gratis !

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Fondo basso e stabile? Ottenibile con pennelli! G. Seminara 2011

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Magra più ristretto e profondo: utile per navigabilità, inutile per protezione da piene FONDO: Altezza max piene (20032011): VANTAGGI: navigabilità; mantenimento profondità; mantenimento ripascimento litorale protezione sponde da moto ondoso G. Seminara 2011

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«Desideriamo sottolineare, infine, esplicitamente che avallare la tesi che con periodici dragaggi, costosi e sostanzialmente inutili, si ottenga un significativo beneficio per la difesa dalle esondazioni del tratto terminale del Magra, significherebbe illudere la popolazione. Conclusione studio 2011: Onestà intellettuale esige che si distingua fra due scopi, entrambi importanti, ma del tutto indipendenti: la difesa dalle esondazioni, ottenibile attraverso le previsioni del Piano per le aree esterne ai costruendi argini, trarrebbe notevole vantaggio dalla realizzazione di un’adeguata opera di scolmo, che estenderebbe i suoi favorevoli effetti anche agli insediamenti interni ai costruendi rilevati; 2. il mantenimento della navigabilità del tratto di Magra in esame si può ottenere, mantenendo la continuità del trasporto solido atta a non alterare l’attuale equilibrio dei litorali, attraverso la sistemazione del tratto focivo del corso d’acqua, con impatto ambientale modesto e costo paragonabile con quello dei dragaggi». G. Seminara 2011 non illudere gli alluvionati!

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Scavo alvei? Controproducente (scaricabarile!)  a valle picchi di piena accentuati (rischio accresciuto!)

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Profilo d’equilibrio finale Scavo Profilo intermedio Scavo alvei a costo zero? Furto ai posteri!

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Scavi  incisione alvei  crollo ponti 1988: piloni nuovo ponte scalzati Macerie vecchio ponte crollato nel 1968

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Estrazione inerti  erosione litorale

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Scavi Incisione ( costi difesa sponde) Effetto “Canalizzazione” Abbassamento falda Perdita risorse idriche sotterranee Danni a colture Perdita habitat perifluviali Disconnessione alveo-piana fondo alveo (prima) superficie freatica (prima) pelo libero (prima)

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Incisione alveo  intrusione cuneo salino Abbassamento falda 1 m Innalzamento interfaccia 30 m Penetrazione cuneo salino MARE FALDA acqua salata acqua dolce

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Scavi  intrusione salina intrusione salina nella falda 8 km dalla foce

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Visione mono-obiettivo (paraocchi) Estrazione inerti

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Costo zero? Ecco il trucco dei nostri sindaci:

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I sindaci preparano la prossima alluvione… Cari Presidenti, a nome dei cittadini esasperati, per mitigare effetti tropicalizzazione clima CHIEDIAMO: aggiornamento Piano Bacino rimozione dei sovralluvionamenti dragaggi del fiume controllo della vegetazione in alveo SINTESI Il gioco di prestigio: nessuna autocritica nessun ripensamento previsioni urbanistiche Depistaggio (alibi inconsistenti: clima, accumuli sedimenti, vegetazione fluviale) Proposte inutili, costose, controproducenti Obiettivo nascosto: proseguire edificazione in aree inondabili

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Eureka ! Per abbassare il picco devo allargarne la base, cioè RALLENTARE il deflusso Ma allora, perché diavolo scavare l’alveo e tagliare la vegetazione ? Vuoi sicurezza? RALLENTA i deflussi (altro che accelerarli)! … e i comitati abboccano all’amo dei sindaci NATURALE URBANIZZATO ARTIFICIALIZZAZIONE ESTREMA

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Pulizie fluviali: obiettivo raggiunto! (Arcola, oasi LIPU)

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Pulizie fluviali: Arcola, oasi LIPU

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Pulizie fluviali: Fornola, Vezzano

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Pulizie fluviali: Confluenza Vara-Magra, Bottagna

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Pulizie fluviali: Follo, Castiglione

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Pulizie fluviali: Piana Battolla, Beverino

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urbanizzazione imprudente clima: eccezionale o normale? soluzioni possibili taglio vegetazione fluviale scavi e dragaggi convivere col rischio argini o scolmatore? “messa in sicurezza” o “riduzione del rischio”? casse di laminazione nel bacino? falsi alibi, soluzioni illusorie processo decisionale partecipativo!

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Pericolosità x Danno potenziale = Rischio Il cavallo di Troia della “messa in sicurezza” Risultato  Rischio raddoppiato!

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I risultati della “messa in sicurezza” ( Alluvioni ) Rio Piantonetto a Rosone (TO) più rischio più argini

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Puglia 2005 danni crescenti spese crescenti I risultati della “messa in sicurezza”

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Dalla “messa in sicurezza”… … alla “riduzione del rischio” Pericolosità (probabilità d’inondazione) x Danno potenziale = Rischio Riduzione del rischio: Vuoi costruire in area “messa in sicurezza”? Devi compensare l’aumento di rischio con: delocalizzazioni riduzione vulnerabilità edifici esistenti aumento protezione (argini, aree laminazione, ecc.)

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urbanizzazione imprudente clima: eccezionale o normale? soluzioni possibili taglio vegetazione fluviale scavi e dragaggi convivere col rischio argini o scolmatore? “messa in sicurezza” o “riduzione del rischio”? casse di laminazione nel bacino? falsi alibi, soluzioni illusorie processo decisionale partecipativo!

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Convivere col rischio: STRUTTURALI: ridurre vulnerabilità edifici GESTIONALI: gestire l’emergenza: Sistemi previsione eventi di piena Sistemi supporto decisioni per gestire allarmi Protezione Civile Fondi per risarcimenti immediati

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urbanizzazione imprudente clima: eccezionale o normale? soluzioni possibili taglio vegetazione fluviale scavi e dragaggi convivere col rischio argini o scolmatore? “messa in sicurezza” o “riduzione del rischio”? casse di laminazione nel bacino? falsi alibi, soluzioni illusorie processo decisionale partecipativo!

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Situazione attuale: pericolosità idraulica

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Scen. 0 (situazione attuale): battenti per piena TR200 Piana inondabile per T200 con tiranti e velocità considerevoli (sopra i 2 m in prossimità Bettigna) Fiumaretta e Bocca di Magra inondabili anche per T < 30 anni con tiranti e velocità non trascurabili

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Scen. 3: argini “alti” messa in sicurezza per T200 di tutte le aree esterne alla fascia di riassetto fluviale (piana e Fiumaretta) impatto paesaggistico degli argini “alti” aumento tiranti nella golena (problemi per nautica)

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Scen. 6a: argini “bassi” Altezza argini: Fiumaretta: 0,4 – 1,5 m Bocca di Magra: 0,7 – 1 m Argini a basso impatto paesaggistico; Piana in sicurezza per T200; Fiumaretta in sicurezza per T80-100, con tiranti < 1 m per portata 200ennale (che consentirebbero edificazione con accorgimenti di autoprotezione) Fiumaretta resta inondabile per piene > T100; Sarebbe però edificabile (aumento del rischio)

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Scen. 9: scolmatore “bagnato” piccolo Altezza argini: Fiumaretta: 0,4 – 1,5 m Bocca di Magra: 0,7 – 1 m messa in sicurezza per T200 di tutte le aree esterne alla fascia di riassetto fluviale (piana e Fiumaretta) mantenimento argini bassi contenimento rischio area tra argini (nautica) scavo 2-3 m dal p.c.; h argini 2 m rischio salinizzazione (contenuta?) occupazione piana (limitata) intercettazione corsi d’acqua costi (ca. 18 milioni €)

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Scen. 2: scolmatore “asciutto” grande Altezza argini: Fiumaretta: 0,4 – 1,5 m Bocca di Magra: 0,7 – 1 m messa in sicurezza per T200 di tutte le aree esterne alla fascia di riassetto fluviale (piana e Fiumaretta) mantenimento argini bassi contenimento rischio area tra argini (nautica) nessun rischio salinizzazione scavo 1 m dal p.c.; vasta occupazione piana intercettazione corsi d’acqua costi

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Scelta: svincolare edificazione, poi si vedrà

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urbanizzazione imprudente clima: eccezionale o normale? soluzioni possibili taglio vegetazione fluviale scavi e dragaggi convivere col rischio argini o scolmatore? “messa in sicurezza” o “riduzione del rischio”? casse di laminazione nel bacino? falsi alibi, soluzioni illusorie processo decisionale partecipativo!

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Casse di laminazione nel bacino? Altri interventi puntuali Adeguamento ponti Casse laminazione Nuovi argini Adeguamento argini a monte: casse di laminazione a valle: arginature

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Tante casse nel bacino o solo rialzo argini in pianura? 30 casse di laminazione rialzo argini tratto terminale costi elevati (costruzione e gestione) erosione litorale accumulo sedimenti nelle casse incisione nei tratti tra casse abbassamento falda pianura attuazione dubbia (opposizione sociale) funzionamento critico costi inferiori no erosione litorale libero trasporto solido maggior equilibrio sedimenti no abbassamento falda pianura attuazione facile (meno opposizione sociale) funzionamento non critico Bilancia degli impatti

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Casse di laminazione: costose e poco efficaci in derivazione Cassa IN DERIVAZIONE maggior efficacia costi elevati (costruz. e manutenz.) funzionamento critico rischio ridotto ogni 200 anni ma aumentato negli altri 199 ? Cassa IN LINEA: costi più contenuti funzionamento non critico MENO EFFICACI

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urbanizzazione imprudente clima: eccezionale o normale? soluzioni possibili taglio vegetazione fluviale scavi e dragaggi convivere col rischio argini o scolmatore? “messa in sicurezza” o “riduzione del rischio”? casse di laminazione nel bacino? falsi alibi, soluzioni illusorie processo decisionale partecipativo!

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Soluzione tecnica o politica? Far emergere i conflitti Partecipativa!

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Conflitti: FIUMARETTA: valore paesaggistico  Argini bassi + scolmatore PIANA: valore terreni  Argini alti NAUTICA: navigabilità  Scolmatore + dragaggi TUTTI: scaricare peso su altri  interventi nel bacino farli emergere per affrontarli!

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2. Raccogliere i saperi 3. Individuare i conflitti 4. Negoziare le soluzioni 1. Coinvolgere gli attori 5. Ottimizzare i benefici 6. Misurare la soddisfaz.

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Consultazione PARTECIPAZ. previsione valutaz, conoscenza analisi vision, obiettivi alternative, criteri negoziaz. SCELTA PARTECIPAZ. PARTECIPAZ. Partecipazione  Coinvolgere gli attori Raccogliere i saperi Individuare i conflitti Negoziare le soluzioni Ottimizzare i benefici Misurare la soddisfazione

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Valutazione alternative: 2) sociale-soggettiva Portatori di interesse Chi guadagna? Chi ci perde? Negoziazione Compensazioni (miglior supporto, per migliori decisioni)

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Un’opinione personale

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Grazie per l’attenzione

Summary: Si tratta della conferenza-dibattito (una presentazione ricca di foto, carte, grafici, animazioni e corredata dal commento audio) tenuta il 28 gennaio 2012 a Fiumaretta da G. Sansoni, per iniziativa del movimento Stop al Consumo di Territorio a seguito dell’alluvione del fiume Magra del 25 ottobre 2011. La relazione concentra l'attenzione sulle problematiche della bassa valle del Magra e si rivolge ai comitati di alluvionati fornendo indicazioni, ma anche criticando le loro richieste di pulizia e scavo dei fiumi. La parte centrale della relazione è quella di interesse più generale: semplici argomentazioni di buonsenso mostrano come le 'pulizie fluviali', scavi e dragaggi, sebbene richiesti dai sindaci e dagli stessi alluvionati, non ridurrebbero il rischio alluvionale, ma addirittura lo aumenterebbero. Il principale limite dell'attuale normativa sta nel fatto che la 'messa in sicurezza' (dalla piena duecentennale) è oggi utilizzata come cavallo di Troia proprio per dare il via libera al'urbanizzazione delle aree inondabili. Occorre dunque passare alla strategia della 'riduzione del rischio', da introdurre in modo vincolante nei piani urbanistici. Vengono infine discusse le possibili soluzioni per proteggere dalle alluvioni gli insediamenti del basso Magra (autoprotezione, argini, scolmatore, casse di laminazione), evidenziando come, nel caso specifico, l'impatto sociale predomini largamente su quello ambientale ed indicando perciò in un processo decisionale partecipativo il percorso da seguire per risolvere i conflitti tra i diversi gruppi sociali.

Tags: alluvione magra fiumaretta conferenza sansoni scavo alvei taglio vegetazione pulizie fluviali scolmatore argini

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